Cresciamo con l’idea che appartenere sia fondamentale.
Appartenere a una famiglia, a un gruppo, a una cerchia di amici, a un ambiente professionale, a una comunità, a una categoria.
Fin da piccoli impariamo a cercare un posto.
Un luogo nel quale essere riconosciuti, accettati e considerati parte di qualcosa.
Ed è perfettamente umano.
Il senso di appartenenza può essere meraviglioso. Può darci sicurezza, creare legami profondi, permetterci di condividere esperienze e costruire qualcosa insieme agli altri.
Ma esiste una differenza enorme tra desiderare di appartenere e avere bisogno di appartenere a qualsiasi costo.
Perché quando l’appartenenza diventa una necessità assoluta, rischiamo di iniziare a modificare noi stessi pur di non essere esclusi.
Ed è lì che qualcosa cambia.
Non stiamo più cercando il nostro posto.
Stiamo cercando di diventare compatibili con un posto che forse non è mai stato nostro.
Non ogni ambiente deve diventare casa
Entriamo continuamente in contatto con persone, gruppi e ambienti differenti.
È normale desiderare di sentirsi accolti.
Ma non ogni luogo nel quale entriamo è destinato a diventare casa.
A volte semplicemente non c’è compatibilità.
I valori sono diversi.
Le priorità sono diverse.
Il modo di vedere la vita è diverso.
Questo non significa necessariamente che qualcuno abbia torto.
Possiamo incontrare persone valide e non sentirci comunque parte del loro mondo.
Possiamo rispettare un ambiente senza desiderare di appartenergli.
Possiamo riconoscere le qualità di qualcuno senza voler costruire un rapporto profondo.
La maturità consiste anche nel comprendere che non tutto ciò che non ci appartiene deve essere giudicato negativamente.
A volte non è sbagliato.
Semplicemente non è nostro.
Il bisogno di appartenenza può farci accettare troppo
La paura dell’esclusione possiede una forza enorme.
Pur di non perdere un gruppo possiamo iniziare a tollerare comportamenti che normalmente non accetteremmo.
Ridiamo a qualcosa che non troviamo divertente.
Rimaniamo in silenzio davanti a qualcosa che non condividiamo.
Accettiamo mancanze di rispetto.
Cambiamo opinioni in base alle persone presenti.
Nascondiamo interessi, idee o caratteristiche personali perché temiamo che possano renderci diversi.
Un compromesso dopo l’altro.
Finché un giorno possiamo ritrovarci perfettamente integrati all’interno di un gruppo e completamente distanti da noi stessi.
E allora dobbiamo porci una domanda:
che valore ha appartenere a qualcosa se per riuscirci devo smettere di appartenere a me?
Essere esclusi non significa essere sbagliati
L’esclusione fa male.
Non serve romanticizzarla.
Sentirsi fuori posto, non essere scelti o accorgersi di non essere compatibili con un determinato ambiente può ferire.
Ma essere esclusi da qualcosa non significa automaticamente avere qualcosa che non va.
Non siamo compatibili con tutti.
E nessuno lo è.
Una persona può essere straordinaria e comunque non essere adatta a una determinata relazione.
Un professionista può essere competente e non funzionare in uno specifico ambiente lavorativo.
Una persona può avere valori solidi e non sentirsi rappresentata da una determinata comunità.
La compatibilità non è una classifica del valore umano.
È semplicemente compatibilità.
Comprendere questa differenza permette di vivere alcune esclusioni in modo diverso.
Non più necessariamente come:
“Non mi vogliono, quindi non valgo.”
Ma come:
“Questo non è il mio posto.”
Sono due interpretazioni completamente differenti dello stesso evento.
Non dobbiamo avere un’etichetta per ogni parte di noi
Le categorie sono utili.
Ci aiutano a descrivere il mondo, trovare persone con esperienze simili e comunicare più facilmente.
Ma nessuna etichetta riesce a contenere completamente una persona.
Siamo sempre qualcosa di più.
Possiamo condividere alcune caratteristiche con un gruppo e non riconoscerci completamente nella sua cultura.
Possiamo appartenere formalmente a una categoria senza sentirci obbligati ad adottarne ogni opinione.
Possiamo avere interessi apparentemente incompatibili.
Possiamo cambiare idea.
Possiamo essere difficili da classificare.
Non dobbiamo trasformare la nostra identità in un modulo nel quale ogni casella deve essere compilata.
Una persona può essere coerente senza essere facilmente catalogabile.
Il rischio delle tribù
Quando troviamo finalmente un gruppo nel quale ci sentiamo compresi, può nascere qualcosa di molto positivo.
Ma esiste anche un rischio.
Quello di trasformare l’appartenenza in identità totale.
Il gruppo diventa “noi”.
Chiunque sia fuori diventa “loro”.
Le opinioni interne vengono automaticamente considerate corrette.
Le critiche esterne vengono automaticamente considerate attacchi.
A quel punto smettiamo lentamente di pensare come individui e iniziamo a difendere una posizione perché appartiene alla nostra parte.
Ma nessun gruppo dovrebbe sostituire completamente il pensiero personale.
Possiamo appartenere senza obbedire mentalmente.
Possiamo condividere valori senza rinunciare alla capacità di criticare.
Possiamo sentirci parte di qualcosa e continuare a dire:
“Su questo non sono d’accordo.”
Se un’appartenenza non permette dissenso, probabilmente non sta chiedendo partecipazione.
Sta chiedendo conformità.
La capacità di stare fuori
Esiste una forza particolare nel riuscire a stare fuori da qualcosa senza sentirsi automaticamente inferiori.
Non essere invitati.
Non partecipare.
Non seguire una moda.
Non condividere l’entusiasmo collettivo.
Non avere bisogno di sapere continuamente cosa fanno tutti.
All’inizio può sembrare solitudine.
Poi può diventare libertà.
Perché scopriamo che il mondo continua a esistere anche quando non partecipiamo a tutto.
E soprattutto scopriamo che noi continuiamo a esistere anche quando nessun gruppo ci conferma chi siamo.
Questo cambia profondamente il modo in cui entriamo nelle relazioni.
Non chiediamo più:
“Mi accetterete?”
Osserviamo anche noi.
E ci chiediamo:
“Io voglio davvero stare qui?”
L’appartenenza deve essere reciproca
Spesso siamo così concentrati sul desiderio di essere scelti che dimentichiamo di essere anche noi a scegliere.
Succede nelle amicizie.
Succede nelle relazioni sentimentali.
Succede nel lavoro.
Succede praticamente ovunque.
Ci domandiamo se piaceremo.
Se saremo accettati.
Se faremo una buona impressione.
Ma raramente ci fermiamo a chiederci se ciò che abbiamo davanti piace davvero a noi.
Quella persona condivide valori che considero importanti?
Mi sento rispettato?
Posso essere autentico?
Questo ambiente favorisce la mia crescita oppure mi costringe continuamente a ridimensionarmi?
Sto cercando di entrare perché desidero davvero esserci oppure perché essere escluso ferirebbe il mio ego?
Appartenere non dovrebbe essere un’audizione permanente.
Deve esserci reciprocità.
Io scelgo te mentre tu scegli me.
La solitudine è preferibile alla compagnia sbagliata
Questa frase può sembrare dura, ma contiene una verità importante.
Non qualsiasi compagnia è migliore della solitudine.
Esistono relazioni nelle quali possiamo sentirci molto più soli che quando siamo realmente da soli.
Essere circondati da persone davanti alle quali dobbiamo continuamente fingere è una forma particolare di solitudine.
Essere ascoltati senza essere mai realmente compresi.
Essere cercati soltanto quando siamo utili.
Essere inclusi soltanto a condizione di non disturbare gli equilibri.
Quella non è necessariamente appartenenza.
A volte è soltanto presenza fisica.
Imparare a stare soli ci permette di diventare più selettivi proprio perché elimina l’urgenza.
Quando la solitudine non ci terrorizza, smettiamo di accettare qualsiasi compagnia pur di evitarla.
Non appartenere può essere temporaneo
Esistono periodi della vita nei quali possiamo non sentirci parte di nulla.
Abbiamo lasciato vecchi ambienti ma non ne abbiamo ancora trovati di nuovi.
Siamo cambiati.
Le persone intorno a noi sono cambiate.
Le nostre priorità non coincidono più con quelle di prima.
Questi periodi possono essere strani.
Sembra di essere sospesi.
Ma non devono necessariamente essere riempiti immediatamente.
A volte abbiamo bisogno di attraversare una fase nella quale non apparteniamo chiaramente a nessun posto per capire dove vogliamo davvero stare.
Riempire immediatamente quel vuoto potrebbe riportarci esattamente allo stesso problema:
scegliere un’appartenenza per paura della solitudine anziché per autentica compatibilità.
Le persone giuste non richiedono una performance
Quando troviamo rapporti realmente compatibili, accade qualcosa di semplice.
Smettiamo di recitare.
Non dobbiamo controllare continuamente ogni parola.
Non dobbiamo dimostrare il nostro valore.
Non dobbiamo cambiare personalità in base alla stanza.
Possiamo essere in disaccordo senza temere che tutto finisca.
Possiamo avere spazi personali senza essere accusati di disinteresse.
Possiamo crescere senza che la nostra evoluzione venga vissuta automaticamente come una minaccia.
Non significa che non esistano conflitti.
Qualsiasi rapporto autentico ne avrà.
Significa che il rapporto non dipende dalla nostra capacità di interpretare continuamente il personaggio che gli altri preferiscono.
Appartenere per scelta, non per paura
Non voglio eliminare l’appartenenza dalla mia vita.
Voglio darle il posto corretto.
Voglio persone con cui condividere.
Voglio ambienti nei quali costruire.
Voglio rapporti nei quali esistano fiducia, confronto e reciprocità.
Ma non voglio più confondere tutto questo con il bisogno di essere accettato a qualsiasi costo.
Se trovo il mio posto, bene.
Se per un periodo non lo trovo, posso continuare comunque a camminare.
Se un gruppo non mi comprende, non devo necessariamente combatterlo.
Se qualcuno non mi sceglie, posso accettarlo.
Se per appartenere devo cancellare parti fondamentali di me, posso andarmene.
Perché esiste una forma di appartenenza che viene prima di tutte le altre.
Appartenere a se stessi.
Sapere chi siamo quando nessuno ci osserva.
Sapere cosa pensiamo quando nessuno ci suggerisce cosa pensare.
Sapere quali valori rimangono quando non riceviamo approvazione.
Da lì possiamo incontrare gli altri senza aggrapparci.
Possiamo entrare senza implorare.
Possiamo restare senza annullarci.
E possiamo andarcene senza credere di aver perso il nostro valore.
Non devo appartenere per forza.
Non devo entrare in ogni cerchio.
Non devo essere compatibile con ogni ambiente.
Non devo modificarmi continuamente per ottenere un posto.
Preferisco restare fuori da ciò che non mi rappresenta piuttosto che entrare al prezzo di lasciare me stesso alla porta.
Perché il posto giusto non dovrebbe richiedermi di diventare qualcun altro.
E fino a quando non lo trovo, non sono senza appartenenza.
Appartengo a me.