Ci sono periodi della vita in cui sembra che la nostra stabilità dipenda completamente da ciò che abbiamo intorno.
Una relazione che funziona.
Un lavoro sicuro.
Una situazione economica tranquilla.
Persone sulle quali possiamo contare.
Progetti che procedono secondo i programmi.
Abitudini consolidate.
Quando tutto rimane al proprio posto, ci sentiamo al sicuro.
Il problema è che la vita non firma contratti di stabilità con nessuno.
Le persone cambiano.
Le relazioni possono finire.
I progetti possono fallire.
Il lavoro può trasformarsi.
I programmi possono saltare.
Le certezze sulle quali avevamo costruito anni della nostra esistenza possono scomparire in pochissimo tempo.
E allora arriva una domanda inevitabile:
cosa rimane di noi quando ciò che ci teneva in equilibrio dall’esterno non c’è più?
È lì che comprendiamo la differenza tra avere una vita stabile e essere interiormente stabili.
La prima dipende anche dalle circostanze.
La seconda si costruisce dentro.
Non possiamo controllare tutto
Una parte enorme della nostra sofferenza nasce dal tentativo di controllare ciò che, semplicemente, non possiamo controllare.
Vorremmo sapere cosa accadrà.
Vorremmo essere certi che una persona resterà.
Vorremmo sapere che un progetto funzionerà.
Vorremmo programmare ogni passaggio e ricevere la garanzia che nulla interferirà.
Ma quella garanzia non esiste.
Possiamo pianificare.
Possiamo prevenire.
Possiamo lavorare bene.
Possiamo costruire sistemi solidi.
Tutto questo aumenta enormemente le probabilità che qualcosa funzioni.
Ma non elimina l’imprevisto.
La stabilità interiore comincia proprio quando smettiamo di chiedere alla vita di essere completamente prevedibile e iniziamo invece a costruire la capacità di affrontare ciò che non avevamo previsto.
Non devo sapere esattamente cosa succederà.
Devo sapere che qualunque cosa succeda, cercherò un modo per affrontarla.
La sicurezza non è sapere che nulla cambierà
Spesso immaginiamo la sicurezza come assenza di cambiamento.
Tutto rimane uguale.
Le persone restano.
Le entrate continuano.
I programmi funzionano.
Nessuna sorpresa.
Ma questa forma di sicurezza è fragile proprio perché dipende da qualcosa che la vita non può promettere: l’immobilità.
Una sicurezza più profonda nasce invece da un’altra convinzione:
le cose possono cambiare e io posso adattarmi.
Potrei dover ricominciare.
Potrei dover modificare un progetto.
Potrei perdere qualcosa che consideravo importante.
Potrei scoprire che una strada non porta dove pensavo.
Non significa che sarà semplice.
Non significa che non soffrirò.
Significa che non considero più ogni cambiamento come la fine definitiva della mia capacità di stare in piedi.
Costruire punti fermi interiori
Se tutto cambia, abbiamo bisogno di qualcosa che rimanga.
Non necessariamente situazioni.
Principi.
Valori.
Metodo.
Disciplina.
Capacità di ragionare.
Rispetto per noi stessi.
Questi possono diventare punti fermi molto più affidabili delle circostanze.
Posso perdere un progetto senza perdere la mia capacità di crearne un altro.
Posso perdere denaro senza perdere automaticamente ciò che ho imparato per costruirlo.
Posso perdere una relazione senza perdere la capacità di amare.
Posso attraversare un fallimento senza perdere tutto ciò che sono.
Quando iniziamo a distinguere ciò che abbiamo da ciò che siamo, diventiamo più difficili da distruggere.
Perché ciò che possediamo può cambiare.
Ciò che abbiamo costruito dentro può accompagnarci anche quando dobbiamo ricominciare.
Non dipendere da un’unica fonte di equilibrio
Quando tutta la nostra stabilità dipende da una sola cosa, quella cosa acquisisce un potere enorme.
Se tutta la nostra identità dipende dal lavoro, una crisi professionale diventa una crisi personale.
Se tutta la nostra felicità dipende da una relazione, qualsiasi difficoltà sentimentale diventa una minaccia alla nostra intera esistenza.
Se tutta la nostra autostima dipende dal successo, un fallimento può farci sentire senza valore.
Per questo è importante costruire una vita con più fondamenta.
Relazioni.
Interessi.
Obiettivi.
Lavoro.
Spazi personali.
Crescita.
Tempo trascorso con noi stessi.
Nessuna di queste cose deve diventare l’unico pilastro sul quale poggia tutto il resto.
Perché un edificio sostenuto da un solo pilastro può sembrare stabile.
Finché quel pilastro non cede.
Le routine aiutano, ma non devono diventare gabbie
La stabilità interiore può essere sostenuta anche da abitudini concrete.
Avere una struttura nelle giornate.
Organizzare il lavoro.
Prendersi cura del proprio spazio.
Stabilire priorità.
Mantenere alcuni rituali personali.
Le routine riducono il caos.
Ci permettono di sapere che, anche quando alcune cose sono imprevedibili, esistono parti della giornata sulle quali possiamo esercitare controllo.
Ma anche qui serve equilibrio.
Se una variazione minima manda completamente in crisi il nostro sistema, quella routine non ci sta più sostenendo.
Ci sta controllando.
Una buona struttura deve essere abbastanza solida da darci ordine e abbastanza flessibile da sopravvivere agli imprevisti.
La calma non è assenza di emozioni
Essere stabili non significa non arrabbiarsi.
Non significa non avere paura.
Non significa diventare freddi.
Possiamo essere interiormente solidi e attraversare giornate difficili.
Possiamo piangere.
Possiamo sentirci confusi.
Possiamo essere furiosi.
Possiamo avere bisogno di fermarci.
La stabilità non consiste nell’eliminare le emozioni.
Consiste nel non permettere che ogni emozione temporanea diventi automaticamente una decisione permanente.
Posso essere arrabbiato senza distruggere qualcosa.
Posso avere paura senza rinunciare immediatamente.
Posso essere triste senza convincermi che sarò triste per sempre.
Posso essere deluso senza trasformare la delusione in cinismo.
Le emozioni devono essere ascoltate.
Ma non tutte devono ricevere il comando.
Sapere tornare a se stessi
Forse una delle forme più importanti di stabilità è proprio questa.
Non evitare di perdere l’equilibrio.
Sapere ritrovarlo.
Perché tutti, prima o poi, perdiamo il centro.
Una notizia.
Un conflitto.
Una perdita.
Una paura.
Un problema improvviso.
Qualcosa ci destabilizza.
Essere forti non significa rimanere perfettamente immobili davanti a qualsiasi cosa.
Significa avere strumenti per tornare.
Fermarsi.
Pensare.
Riorganizzare.
Chiedere aiuto quando serve.
Dormire prima di prendere una decisione.
Ridimensionare un problema.
Cambiare strategia.
Ricordare ciò che è realmente sotto il nostro controllo.
La stabilità non è non cadere mai.
È sapere che una caduta non ci obbliga a rimanere per terra.
Non affidare la propria pace alle persone
Le persone possono aggiungere moltissimo alla nostra vita.
Possono sostenerci.
Amarci.
Aiutarci.
Renderci felici.
Ma nessuno dovrebbe diventare il custode esclusivo della nostra pace.
Perché significa attribuirgli un potere enorme.
Se mi parli, sto bene.
Se non mi parli, crollo.
Se mi approvi, valgo.
Se mi critichi, dubito completamente di me.
Se resti, sono completo.
Se vai via, non so più chi sono.
Questo non significa non affezionarsi.
Significa cercare di costruire dentro di noi uno spazio che continui a esistere anche quando qualcuno cambia posizione nella nostra vita.
Possiamo sentire profondamente la mancanza di una persona senza perdere completamente noi stessi insieme a lei.
Non tutto ciò che perdiamo deve essere sostituito immediatamente
Quando qualcosa finisce, spesso nasce l’urgenza di riempire immediatamente il vuoto.
Finisce una relazione.
Cerchiamo qualcuno.
Finisce un progetto.
Ne iniziamo immediatamente un altro.
Scompare una routine.
Riempiamo ogni spazio.
Ma il vuoto non è sempre un problema da risolvere.
A volte è uno spazio nel quale dobbiamo rimanere abbastanza a lungo da capire cosa è successo.
Cosa abbiamo imparato.
Cosa vogliamo davvero dopo.
Cosa non vogliamo ripetere.
Riempire troppo velocemente può impedirci di elaborare.
La stabilità interiore permette anche di attraversare uno spazio vuoto senza interpretarlo automaticamente come un’emergenza.
Fidarsi di se stessi
Alla base della stabilità interiore esiste qualcosa di semplice da dire e molto difficile da costruire:
fiducia in se stessi.
Non la convinzione di avere sempre ragione.
Non l’idea di poter affrontare qualsiasi cosa senza aiuto.
Ma la certezza di poterci prendere cura di noi anche quando sbagliamo.
Se prenderò una decisione sbagliata, cercherò di correggerla.
Se cadrò, proverò a rialzarmi.
Se non saprò qualcosa, cercherò qualcuno che possa insegnarmelo.
Se avrò bisogno di aiuto, proverò a chiederlo.
Se una strada finirà, ne cercherò un’altra.
Questa fiducia non nasce da una frase motivazionale.
Nasce dall’esperienza.
Ogni volta che attraversiamo qualcosa che pensavamo di non riuscire ad affrontare, aggiungiamo una prova.
Ogni volta che ricominciamo, aggiungiamo una prova.
Ogni volta che manteniamo una promessa fatta a noi stessi, aggiungiamo una prova.
Lentamente smettiamo di dirci:
“Ce la farò sicuramente.”
E iniziamo a dirci qualcosa di molto più realistico:
“Non so come andrà, ma so che non mi abbandonerò.”
Stabilità non significa immobilità
Una persona stabile può cambiare moltissimo.
Può trasferirsi.
Cambiare lavoro.
Cambiare idea.
Terminare relazioni.
Iniziare nuovi progetti.
Trasformare completamente alcune parti della propria vita.
Perché la stabilità non consiste nel rimanere fermi.
Consiste nel mantenere un centro mentre ci muoviamo.
Un albero stabile non è quello che impedisce al vento di esistere.
È quello che possiede radici abbastanza profonde da poter oscillare senza essere trascinato via.
E forse dovremmo pensare alla nostra stabilità nello stesso modo.
Non costruire una vita nella quale nulla possa cambiare.
Costruire radici abbastanza profonde da attraversare il cambiamento.
Non voglio una vita senza tempeste
Non sarebbe realistico.
E forse non sarebbe nemmeno desiderabile.
Alcune delle nostre trasformazioni più importanti nascono proprio quando qualcosa rompe un equilibrio precedente.
Un fallimento può costringerci a cambiare metodo.
Una perdita può mostrarci quanto avevamo affidato a qualcosa di esterno.
Un periodo difficile può far emergere risorse che non sapevamo di possedere.
Non dobbiamo cercare la sofferenza.
Ma possiamo imparare a non considerarla automaticamente priva di significato.
La mia stabilità non può dipendere dalla promessa che non arriveranno tempeste.
Deve dipendere dalla capacità di costruire, riparare e ricostruire.
Perché alla fine non potrò controllare tutto ciò che entrerà o uscirà dalla mia vita.
Non potrò impedire ogni cambiamento.
Non potrò obbligare nessuno a restare.
Non potrò garantire il successo di ogni progetto.
Ma posso continuare a lavorare su ciò che rimane sotto la mia responsabilità:
il modo in cui scelgo di affrontare ciò che accade.
La stabilità più importante non è quella di un mondo che rimane immobile intorno a me.
È quella che costruisco dentro abbastanza profondamente da poter dire:
“Le cose possono cambiare senza che io debba perdermi insieme a loro.”
Ed è lì che nasce una sicurezza diversa.
Non quella di chi pensa che nulla potrà accadere.
Ma quella di chi sa che, anche quando qualcosa accadrà, avrà ancora un posto dentro di sé nel quale tornare.