Ci sono giorni in cui la musica non è solo sottofondo.
È presenza. È rifugio. È pelle.
Mi sono accorto che, senza musica, mi sento scoperto. Come se mancasse uno strato essenziale tra me e il mondo. La musica non arriva dopo: arriva prima delle parole, prima dei pensieri ordinati, persino prima delle emozioni che so spiegare.
È il mio modo di sentire senza dover spiegare.
Quando non so dare un nome a quello che provo, una canzone lo fa per me.
Quando sono pieno, svuota.
Quando sono vuoto, riempie.
Quando sono fermo, mi rimette in movimento.
La musica mi accompagna mentre creo, mentre sogno, mentre sbaglio. È lì quando lavoro fino a tardi e quando mi fermo a guardare il soffitto chiedendomi se sto andando nella direzione giusta.
Non giudica. Non chiede. Resta.
Ogni fase della mia vita ha una colonna sonora. Alcune canzoni le indosso come cicatrici, altre come amuleti. Ce ne sono alcune che non ascolto più perché fanno ancora troppo rumore dentro. Altre invece le tengo strette, perché mi ricordano chi ero, quando non avevo paura di sentire tutto.
La musica è la mia seconda pelle perché assorbe quello che vivo e lo restituisce trasformato.
Mi rende più vero. Più vulnerabile. Più umano.
E forse è per questo che non riesco a farne a meno:
perché, in un mondo che chiede di essere sempre forti, la musica mi permette di essere semplicemente me stesso.