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Il mio rapporto con la solitudine operativa

Pubblicato il 21 gennaio 2026 alle ore 07:00

Per molto tempo ho confuso la solitudine con la mancanza.

Mancanza di confronto, di conferme, di qualcuno che mi dicesse se stavo andando nella direzione giusta.

 

Oggi so che non era solitudine.

Era rumore assente.

 

La solitudine operativa non è isolamento emotivo, né fuga dal mondo.

È quello spazio preciso in cui smetti di spiegarti e inizi a fare.

In cui non chiedi più permesso alle opinioni altrui per diventare chi devi diventare.

 

All’inizio fa male.

Perché ti accorgi che molte voci che credevi necessarie erano solo stampelle.

E quando le togli, barcolli.

 

Ma è lì che succede qualcosa di irreversibile.

 

Quando lavori in solitudine, non puoi mentirti.

Non puoi diluire le responsabilità.

Non puoi nasconderti dietro il “noi”.

 

Ogni decisione pesa di più.

Ogni errore brucia di più.

Ogni progresso, però, è interamente tuo.

 

Ho capito che la solitudine operativa è una fase obbligata per chi vuole costruire qualcosa di vero.

Non qualcosa di approvato.

Qualcosa di vero.

 

È il momento in cui smetti di chiederti se piacerà e inizi a chiederti se reggerà.

Se funzionerà anche quando nessuno applaude.

Se resterà in piedi anche quando nessuno guarda.

 

Non è una condizione permanente.

È una fucina.

 

Ci entri fragile.

Ne esci definito.

 

Oggi non la cerco per orgoglio.

La accetto per rispetto verso me stesso.

 

Perché so che ogni volta che ho fatto un salto reale,

l’ho fatto da solo.

 

E non perché non ci fosse nessuno.

Ma perché, a un certo punto, nessuno può camminare al posto tuo.

Ivan Minervini