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Perché preferisco essere temuto che frainteso

Pubblicato il 13 dicembre 2025 alle ore 07:00

C’è una frase che torna spesso quando qualcuno mi descrive: “sei duro”.

A volte è un’accusa, altre volte un complimento mascherato.

La verità è che non ho mai cercato di essere duro. Ho solo smesso di spiegarmi troppo.

 

Per anni ho provato a essere compreso.

A rendermi accessibile, leggibile, digeribile.

A limare il tono, ad anticipare i malintesi, a tradurre il mio pensiero per non urtare nessuno.

 

E sai cosa ho scoperto?

Che chi vuole fraintenderti lo farà comunque.

 

Il fraintendimento è una scorciatoia emotiva:

serve a chi non vuole prendersi la responsabilità di capire davvero.

Di stare nel dubbio.

Di accettare che una persona possa essere complessa, verticale, non accomodante.

 

A un certo punto ho fatto una scelta:

meglio essere temuto che frainteso.

 

Non “temuto” nel senso della paura sterile,

ma nel senso del rispetto che nasce dalla chiarezza.

Dai confini netti.

Dal non dovermi ridurre per risultare simpatico.

 

Essere temuti significa:

 

  • che le tue parole pesano
  • che il tuo silenzio comunica
  • che non sei manipolabile

 

 

Il frainteso, invece, è sempre costretto a giustificarsi.

A rincorrere versioni di sé che non gli appartengono.

A spiegare ciò che altri hanno deciso di non ascoltare.

 

Ho smesso di farlo.

 

Se qualcuno mi percepisce distante, va bene.

Se mi trova scomodo, ancora meglio.

Perché la mia responsabilità non è essere accettato,

ma essere coerente.

 

E la coerenza, spesso, non è rassicurante.

È netta.

E chi non è pronto a guardarla in faccia… preferisce chiamarla durezza.

Ivan Minervini