Essere CEO non è una posizione.
È una mentalità.
E no, non ha nulla a che vedere con la giacca elegante, il laptop acceso al bar o le frasi fatte su Instagram.
Essere CEO significa una cosa sola: decidere anche quando emotivamente non vorresti farlo.
Negli anni ho capito che la differenza tra chi cresce e chi resta fermo non è l’intelligenza, né il talento, né la fortuna.
È l’ordine delle priorità interne.
La mia è questa:
prima la visione, poi l’emozione.
La visione non consola, comanda
La visione non è romantica.
Non ti abbraccia quando sei stanco.
Non ti giustifica quando sbagli.
La visione pretende.
Pretende che tu guardi avanti anche quando il presente fa male.
Pretende che tu scelga il lungo termine quando il breve termine urla.
Pretende che tu faccia cose scomode oggi, per vivere libero domani.
Quando ho iniziato a ragionare davvero da CEO, ho smesso di chiedermi:
- “Come mi fa sentire questa decisione?”
e ho iniziato a chiedermi: - “Dove mi porta questa decisione tra 3, 5, 10 anni?”
Ed è lì che molte scelte diventano chiare.
Non facili.
Ma chiare.
Le emozioni sono dati, non il volante
Attenzione: non reprimere le emozioni.
Questo è un errore da dilettanti.
Le emozioni vanno ascoltate, perché contengono informazioni preziose.
Ma non devono guidare.
Un CEO usa le emozioni come indicatori sul cruscotto:
- la paura segnala rischio
- l’entusiasmo segnala opportunità
- la rabbia segnala confini violati
- la stanchezza segnala un sistema che va ottimizzato
Ma nessun CEO sano lascia che sia una spia a sterzare al posto suo.
Io sento tutto.
Ma decido a mente fredda, anche quando il cuore vorrebbe altro.
Dire no quando sarebbe più facile dire sì
Una delle cose più difficili da accettare quando inizi a pensare da CEO è questa:
non puoi piacere a tutti.
Dire sì per evitare conflitti è una scelta emotiva.
Dire no per proteggere la visione è una scelta strategica.
Ho detto no a:
- collaborazioni che mi lusingavano ma mi distraevano
- persone che mi facevano stare bene ma mi rallentavano
- progetti che promettevano soldi facili ma zero futuro
Ogni no ha fatto male.
Ma ogni no ha rafforzato la direzione.
Disciplina > motivazione
La motivazione è volubile.
La disciplina è affidabile.
Un CEO non aspetta di “sentirsi pronto”.
Agisce perché sa dove sta andando, non perché ha voglia.
Ci sono giorni in cui non hai energia.
Giorni in cui dubiti.
Giorni in cui vorresti mollare.
In quei giorni non ti serve un discorso motivazionale.
Ti serve un sistema che funzioni anche senza entusiasmo.
La mia mentalità da CEO si basa su questo:
- routine chiare
- priorità scritte
- decisioni prese prima che l’emozione confonda tutto
Responsabilità totale: niente vittimismo
Un CEO non scarica.
Non si racconta storie.
Non cerca colpevoli.
Se qualcosa non funziona, la domanda non è:
“Chi ha sbagliato?”
La domanda è:
“Cosa cambio adesso?”
Questa mentalità è dura.
Ma è anche l’unica che ti rende libero.
Finché incolpi:
- il mercato
- le persone
- il timing
- il passato
sei in balia degli eventi.
Quando ti prendi responsabilità totale, torni al comando.
Visione prima, emozione dopo (sempre)
Non è una frase da poster.
È una regola operativa.
La visione:
- sceglie
- struttura
- anticipa
- protegge il futuro
L’emozione:
- accompagna
- segnala
- colora
- ma non decide
Quando inverti l’ordine, perdi potere.
Quando lo rispetti, costruisci qualcosa che regge nel tempo.
Io non sono diventato più freddo.
Sono diventato più lucido.
E la lucidità, nel business come nella vita, è una forma di rispetto:
per te stesso
per il tuo tempo
per ciò che stai costruendo.
Tutto questo, per me, vale soprattutto nel lavoro.
È lì che alleno lucidità, visione e controllo.
Ma ci sono cose su cui non transigo: l'arroganza, l'ignoranza e la maleducazione.
Con chi è diretto, duro, persino scomodo, posso lavorare.
Con chi manca di rispetto, no.
La tolleranza non è debolezza, ma nemmeno un obbligo.
E scegliere di non avere pazienza con i maleducati, non è emotività:
è igiene mentale.
Questa è la mia mentalità da CEO.
E non la spengo per nessuno.